Nell'ultima Conferenza Internazionale sui Cambiamenti Climatici, tenutasi per la quarta volta presso l'Istituto Hearthland di Chicago, s'è acceso un aspro dibattito tra i sostenitori dell'Effetto Serra e quelli che prevedono invece un preoccupante raffreddamento del pianeta
1/7/10 - Tratto da Meteogiornale - Nel 4° anno dalla sua nascita, la Conferenza Internazionale sui Cambiamenti Climatici ha proposto un'accesa disputa tra due teorie nettamente contrapposte. Da un lato i sostenitori del Riscaldamento Globale, secondo i più in ascesa, dall'altro coloro i quali sostengono che il pianeta si stia raffreddando e che i primi segnali appaiano già evidenti.
La tesi sostenuta dal Professor Don J. Easterbrook, emerito geologo presso la Western Washington University, afferma che approfonditi studi climatici, realizzati attraverso dei carotaggi nel ghiaccio effettuati tra la Groenlandia e l'Antartico, hanno evidenziato ciò che in tanti sapevano già: un'alternanza climatica che vede alternarsi, nel corso di migliaia e migliaia d'anni, periodi freddi e periodi caldi. Secondo lo studio non emerge correlazione alcuna tra la quantità di anidride carbonica in atmosfera e il riscaldamento globale. Appare invece evidente un collegamento con i cicli solari, le macchie solari e l'attività solare in genere. Le piccole ere glaciali ebbero, sempre secondo il geologo, un unico fattore scatenante: il minimo solare.
La stessa tesi è sostenuta da alcuni scienziati russi, fra tutti l'astrofisico Habibullo Abdussamatov, direttore del Dipartimento di Ricerche Spaziali dell'Accademia Russa e capo del cosiddetto progetto "Astrometria". Le osservazioni relative all'attività solare, in crescita durante il 20° secolo e con un picco tra il 1998 e il 2005, invitano a credere che il riscaldamento globale registrato negli ultimi decenni sia direttamente imputabile al sole. Dal 2005, difatti, c'è stata una riduzione dell'attività testimoniata dalla diminuzione delle macchie solari. Siamo in una fase di minimo, in gergo definito "minimo di Maounter". E gli effetti del raffreddamento dovrebbero iniziare ad essere evidenti attorno al 2014.
L'esperto in materie ambientali James Taylor, presso l'Heartland Institute, sostiene invece che gli effetti siano già sotto gli occhi di tutti. Sulla base dei dati acquisiti dalla Rutgers University e relativi alla nevosità media annuale di alcune località americane, negli ultimi 10 anni sono caduti come birilli record che resistevano dagli anni '60/'70.
Easterbrook ha rivelato tra l'altro che negli ultimi 500 anni c'è stata una rotazione pressoché regolare tra periodi di caldo e periodi di freddo. Ognuno dei quali è durato mediamente 27 anni. Ciclicità ripetutasi nel corso dell'ultimo secolo, con questa cadenza: 1880-1915 (freddo), 1915-1945 (caldo), 1945-1977 (freddo), 1977-1999 (caldo). Dal 1999 ad oggi sembra vi sia stato un calo, seppur lento, della temperatura media globale. Si può quindi sostenere di essere entrati in un nuovo ciclo freddo.
Il clou della fase fredda potrebbe aversi attorno al 2030, dopodiché potrebbe manifestarsi un nuovo ciclo caldo (2030/2060), seguito poi da un'altra fase di raffreddamento.
Ovviamente i più accaniti sostenitori del Riscaldamento Globale hanno controbattuto colpo su colpo, snocciolando dati al riguardo. I più significativi sono stati quelli proposti dal NOAA (National Oceanic e Atmospheric Agency), secondo i quali i primi 4 mesi del 2010 sono stati i più caldi - a livello globale - sinora mai registrati. Si sostiene quindi che l'anno possa rivelarsi come il più caldo dell'ultimo secolo.
Le riflessioni di Meteo Castellana
C'è ancora molta strada da fare per conoscere tutta la verità su questa intricatissima questione, sempre che l’uomo sia davvero pronto a percorrerla senza pregiudiziali. Al momento sul campo ci sono soltanto le supposizioni e i tanti teoremi che sin qui sono stati costruiti e poi sbandierati da questo o quel centro internazionale di alti studi, dal grande scienziato di turno o dal professorone più o meno politicamente pilotato. Tante le teorie, ma alla fine nulla di scientificamente inoppugnabile e soprattutto nulla, assolutamente nulla, che giustifichi l’allarmismo di chi crede, senza se e senza ma, che il destino del mondo sia quello di bruciare sotto l’azione del Riscaldamento Globale di origine antropica o di essere sommerso dalle acque dei mari che s'innalzano per via dello scioglimento dei ghiacci. I cosiddetti "negazionisti" - chi cioè sta dall'altra parte della barricata costruita dal mondo dei media e dei poteri forti, che vorrebbero l'uomo come unico responsabile dell'attuale fase di riscaldamento globale - negano appunto che tali fattori possano essere considerati in via esclusiva come la causa scatenante del meccanismo legato ai cambiamenti climatici e tra costoro sono in molti coloro i quali hanno, con sempre maggior interesse, avvalorano l'ipotesi che il reale motore del clima sia il processo legato al Sole e alle sue radiazioni. Qualcuno sarà pronto a ribattere: «ma non è anche questa solo teoria?». Può darsi, sebbene gli ultimi dati disponibili avrebbero fondamenta ben più salde delle teorie serriste. Tuttavia, se almeno tali teorie fossero prese in considerazione dai media al pari delle altre, forse ci si potrebbe finalmente confrontare in maniera adeguata, andando oltre le barricate.
Speciale Climagate
raccolta di articoli sullo scandalo climatico più rilevante degli ultimi decenni
20/1/10 - Le Maldive non stanno affondando. E chi lo dice? Un albero sull'isola da 50 anni dovrebbe misurare se l'Oceano si alza, e invece niente, manco un millimetro. Aspetta, aspetta, la prova schiacciante del riscaldamento non arrivava. Così meglio sbarazzarsi dell'albero, un bel colpo di sega e via. Così la smetterà di remare contro. Ora però che l'inganno è stato smascherato si tratta di un altro duro colpo per i sostenitori del Global Warming estremo. Uno scienziato svedese ha denunciato il misfatto ma le sue dichiarazioni sono state censurate. Che figura per il Presidente delle Maldive, che aveva tenuto provocatoriamente una riunione del Consiglio dei Ministri sott'acqua in mondovisione per richiamare l'attenzione generale sul presunto dramma maldiviano. Lo scienziato è lo svedese Nils-Axel Mörner, e si porta dietro un lungo curriculum di studi ed osservazioni sul clima degli oceani. E' stato nelle Maldive per un decennio, studiandone i livelli del mare, trovando nel 2001 prove schiaccianti dell'assoluta staticità del livello del mare. L'albero è stato segato nel 2003 per disperazione: non dava alcun cenno di volersi inabissare. La telenovela del "Climagate" si arricchisce di un nuovo capitolo.
Ma non è questa l'unica vicenda che fa riflettere sul grande imbroglio che ruota attorno alla questione Climagate.
Scuse ufficiali all'India, cose mai viste. Il nobel per la pace, il gruppo intergovernativo dell'Onu per lo studio dei cambiamenti climatici, meglio noto come IPCC, si è sbagliato ancora. Meno di tre anni fa si erano lasciati andare ad una previsione catastrofica sulla fusione totale delle nevi dell'Himalaya entro il 2030, massimo 2035. La cosa non aveva sconvolto più di tanto chi con quell'acqua si disseta, confortati dalle parole del loro ministro dell'ambiente, dimostratosi scettico di fronte ai proclami dell'IPCC. Certo che i ghiacci himaliani si stanno assottigliano, ma in zona seguita a fare freddo e, con gli spessori attuali, i ghiacci potrebbero restare lì anche per tutto il secolo ed oltre. Potremmo dire che l'Ippc ha calcato ancora una volta la mano, arricchendo quello che ormai tutti chiamano "Climagate" o "ambientopoli" di un altro capitolo, degno di essere letto, nel caso anche indagato, visto che siamo in tema. Come mai con tanta anidride nell'aria la temperatura non sale come dovrebbe? Forse perché la temperatura segue un ciclo svincolato dall'anidride e si basa soprattutto sulla regia del sole? Non sia mai, almeno per i "signori del clima": ecco allora rispolverata, è proprio il caso di dirlo, la vecchia teoria del pulviscolo atmosferico. Il pulviscolo rifletterebbe i raggi solari e così si avrebbe meno riscaldamento... Il resto sono tutte chiacchiere.
16/12/09 - Da Copenaghen Al Gore ha lanciato l'allarme sulla possibilità che l'intera calotta polare artica sparisca nei prossimi 5-7 anni, ma lo scienziato da lui citato ora lo smentisce. "Non mi e' chiaro come sia arrivato a questa cifra, io non farei mai una stima di probabilità così precisa", ha dichiarato al "Times" Wieslav Maslowski, lo scienziato esperto di clima che l'ex vice presidente americano ha citato.
"Questi dati sono recenti, alcuni dei modelli del dottor Maslowski suggeriscono che vi sia il 75% di possibilità che l'intera calotta polare artica, durante i mesi estivi, si sciolga completamente tra cinque, sette anni", ha detto ieri Gore, intervenendo ad una riunione a margine del vertice nella capitale danese.
Imbarazzato, l'ufficio di Gore ha ammesso che il dato del 75% era stato usato da Masloskwi come una "cifra approssimativa" alcuni anni fa durante una conversazione con il futuro Nobel per la pace. Ma il danno ormai e' fatto e l'incidente e' destinato a riaccendere la polemica del "Climagate", lo scandalo delle e-mail 'rubate' dagli hacker dagli archivi degli scienziati dell'unita' di ricerca sul clima dell'University of East Anglia, che proverebbero come alcuni dati siano stati manipolati per poter rafforzare le tesi del riscaldamento globale e dei mutamenti climatici.
Anche altri esperti hanno criticato il discorso ed il tono allarmista del premio Nobel, diventato dopo il successo globale del suo tour, e film vincitore di Oscar, "The inconvenienth truth", un guru del movimento ambientalista. "E' un'esagerazione che espone la scienza alle critiche da parte degli scettici" e' il preoccupato commento di Jim Overland, oceanografo dell'Us National Oceanic and atmospheric administration, sottolineando come questo errore sulle cifre possa essere alla fine controproducente. "Non c'e' bisogno di esagerare sull'Artico" ha aggiunto.
10/12/09 - La Conferenza sul clima di Copenaghen è fallita prima ancora di cominciare. Nelle intenzioni di tutti, da Obama a Lula, ha assunto caratteri grotteschi ieri mattina, quando sulle prime pagine di 56 quotidiani di tutto il mondo (Repubblica in Italia) è apparso lo stesso editoriale. La verità non ha bisogno del Grande Fratello, nasce dalla critica e dalle differenze; invece, come in un incubo orwelliano, l’ufficio per la propaganda sul riscaldamento globale ha dettato al giornalista mai così collettivo lo stesso allarme: “Ci resta poco tempo. Se non ci uniamo per intraprendere delle azioni decisive il cambiamento climatico devasterà il nostro pianeta”. E’ il trionfo del pensiero uniforme in salsa apocalittica, sancito da quotidiani che hanno deciso di fare questo “passo senza precedenti” perché “l’umanità si trova ad affrontare una grave emergenza”.
Muore così la scienza come congettura e confutazione, va in stampa l’apoteosi della pratica scientifica coatta: “La domanda non è più se la causa [del riscaldamento globale] sia imputabile agli esseri umani, ma quanto è breve il tempo che abbiamo a disposizione per contenere i danni”. E ancora: “Le possibilità che abbiamo di controllare [il clima] saranno determinate dai prossimi giorni”. Discorso chiuso, non c’è niente da verificare. C’è fretta.
La propaganda funzionicchia: tutti abbiamo ormai imparato le parole d’ordine, subìto la lobotomia catastrofista: i mari si alzano, i Poli si sciolgono, Londra verrà sommersa, i bambini moriranno di fame. La colpa è dell’uomo che produce CO2 (che nell’immaginario è passata dall’essere un mattone fondamentale per la vita a “pericoloso inquinante”). Chi non ripete come un mantra questi concetti è uno scettico o addirittura un “negazionista”.
A Copenaghen si deciderà poco, ma l’ambientalista collettivo continuerà a cercare di manipolare un pensiero (questo sì globale) in cui l’amore per il mondo – per il “creato”, come ha detto all’Angelus Benedetto XVI, prima di essere a forza arruolato da Repubblica come “il Papa verde ed ecologista” – è andato dimenticato, confuso con una “lotta ai cambiamenti climatici” che ha da tempo assunto i crismi di una religione che fa a pugni con la realtà (mai così pochi uragani come quest’anno, temperature che non salgono dal 1998 e ghiaccio in Antartide che aumenta, ad esempio) e i dubbi scientifici che ancora orbitano intorno alle teorie care ai delegati del summit danese.
La poca rilevanza mediatica che – almeno in Italia – hanno avuto le e-mail fuoriuscite dal Centro di ricerca sul clima dell’Università dell’East Anglia, in cui alcuni tra i più noti climatologi del mondo si accordavano su come truccare i dati delle temperature globali, è un’altra pietra sulla tomba dello spirito critico e vigilante, che invece, soprattutto sul Web, sta tentando una ribellione abbastanza simile a una umanissima ricerca della verità. Il Foglio è stato il primo giornale in Italia e uno dei pochi nel mondo a parlare delle e-mail rubate la cui storia (il “Climagate”) ieri occupava l’apertura del New York Times. L’ha fatto non per cercare di costruire una contro-teoria negazionista dei teoremi catastrofisti, ma per spiegare che sull’argomento non si sanno ancora troppe cose per potere prendere con sicumera decisioni politiche ed economiche costose e magari non risolutive (come da tempo dice uno dei geofisici più seri, Franco Prodi). Con dati documentali, sono ormai in molti e autorevoli a rifiutarsi di cedere al richiamo ideo-politico dei guru e dei demagoghi politici alla Al Gore.
7/12/09 - Guardando ad alcuni fatti che stanno accadendo mentre si avvicina il vertice di Copenaghen sul clima, si fa fatica a sfuggire alla sensazione che la «politica del clima» non abbia niente a che fare con la «scienza del clima». Esemplare da questo punto di vista è ciò che è avvenuto attorno al «Climagate», ovvero alla pubblicazione di migliaia di e-mail rubate alla banca dati del Climate Research Unit (Cru) dell’Università di East Anglia (Regno Unito). In queste mail decine di scienziati tra i più influenti si scambiano una serie di suggerimenti per «pilotare» dati sulle temperature e pubblicazioni di studi in modo da ottenere i risultati voluti (in senso allarmista).
Essendo il Cru il principale partner dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) – l’organismo dell’Onu che con i suoi rapporti ha posto le basi per gli allarmi sulle catastrofi prossime venture e conseguenti politiche contro i cambiamenti climatici – ce ne sarebbe abbastanza per fermarsi almeno un momento e vederci chiaro, ponendosi qualche domanda: è vero che questi scienziati ci hanno preso in giro? E se sì, qual è il punto vero della conoscenza scientifica sul clima? E la conoscenza attuale giustifica le drastiche scelte economiche e politiche che abbiamo già preso e quelle ancora più costose che stiamo cercando di prendere? E invece, mentre dal Cru arrivano le prime dimissioni, la «politica del clima» va avanti come se nulla fosse accaduto. E nessuna domanda o riflessione, neanche a proposito del rapporto riservato sui cambiamenti climatici preparato per la Cia nel 1974, venuto alla luce appena tre giorni fa.
Un rapporto molto interessante perché vi si leggono tutte le previsioni catastrofiche che oggi ci sono ormai familiari, ma il fenomeno osservato dagli scienziati era il raffreddamento globale, il ritorno alle condizioni della «piccola era glaciale» (1600-1850). Su tale previsione anche allora, ci dice il Rapporto, c’era il «consenso» degli scienziati e curiosamente il principale sostegno alla tesi del raffreddamento globale veniva dallo stesso Cru, oggi al centro del «Climagate», che aveva ricostruito la climatologia della Terra per un periodo di 50 milioni di anni. Se la «politica del clima» avesse a che fare con la «scienza del clima», sarebbe doveroso chiedersi come mai gli scienziati del Cru abbiano cambiato in pochi anni la loro opinione in modo così clamoroso. Perché nell’ipotesi in cui i miliardi di dollari che è costato il Protocollo di Kyoto e quelli che costerà il dopo-Copenaghen fossero spesi sulla base di una scienza truccata, qui sì che ci sarebbe da allarmarsi. Come minimo, bisognerebbe istituire una Commissione d’inchiesta internazionale indipendente.
E invece silenzio. A Copenaghen come se niente fosse successo. Al contrario, si moltiplicano gli allarmi sui cambiamenti climatici, anche i più improbabili. Anche da parte dei leader dei Paesi in via di sviluppo, che fanno a gara a chi è più vittima del riscaldamento globale, così da assicurarsi una congrua fetta dei miliardi che i Paesi ricchi dovranno pagare per le loro emissioni.
Ma anche qui a detrimento della scienza e dell’ambiente. Perché questa specie di "isteria collettiva" sui cambiamenti climatici impedisce di affrontare seriamente i veri problemi ambientali di questi Paesi, tutti riconducibili alla situazione di sottosviluppo, una condizione che rende vulnerabili ai capricci del clima, così come alle malattie, alle crisi economiche globali e così via. Ma lo sviluppo, con le sue emissioni di CO2, è il nemico numero uno dei «politici del clima» e si farà di tutto per evitare che accada. La tendenza oggi dominante è di porre limiti alla presenza umana, sia quantitativa (controllo delle nascite), sia qualitativa (limiti allo sviluppo).
Le agenzie dell’Onu fanno a gara per rilanciare questo messaggio. E quello che dovrebbe allarmare è che a Copenaghen dominerà questa ideologia, che usa la scienza anziché ascoltarla, e che in nome dell’ambiente sacrifica l’uomo.
5/12/09 - Da Hollywood arriva la richiesta di ritirare gli Oscar ad Al Gore e lui reagisce annullando a sorpresa la conferenza stampa al summit sul clima di Copenhagen, deludendo un pubblico di vip che ha già pagato 1209 dollari a biglietto. L’ex vicepresidente degli Stati Uniti è l’autore del documentario «An Inconvenient Truth» premiato con due Oscar e con il Nobel in ragione della drammatica denuncia sui rischi che corre il Pianeta a causa dei cambiamenti climatici. Proprio per il fatto di essere diventato il volto di spicco della campagna globale in difesa del clima, il gruppo danese «Berlingske Media» lo aveva invitato il 16 dicembre a tenere una conferenza subito trasformatasi in uno degli eventi di maggiore attrazione del summit dell’Onu.
I tremila biglietti sono andati a ruba, inclusi quelli da 1209 dollari che garantivano una «foto con Gore» e la consumazione di un «leggero snack». Ma ieri mattina Lisbeth Knudsen, presidente di «Berlingske Media», si è trovata di fronte all’annuncio a sorpresa da parte di Gore di non poter più parlare alla conferenza. I portavoce dell’ex vicepresidente si sono affrettati a parlare di «problemi di agenda» e «compatibilità con altri eventi del summit» ma Knudsen ha dovuto ammettere, con un comunicato destinato a chi ha acquistato il biglietto, di «non conoscere le precise ragioni della cancellazione».
In assenza di tali dettagli l’unica traccia che suggerisce una possibile spiegazione viene da Hollywood, dove poche ore prima due membri dell’Academy of Motion Pictures Art and Sciences avevano invocato «il ritiro degli Oscar» assegnati nel 2007. Per Roger Simon e Lionel Chetwynd, entrambi di dichiarata fede conservatrice, il motivo della decisione «senza precedenti» dovrebbe essere il «Climategate», «la rivelazione di una tempesta di e-mail nelle quali noti accademici britannici hanno ammesso di aver sistematicamente falsificato i dati sul surriscaldamento del clima» per avvalorare le teorie che sono anche alla base del film di Gore.
Alcuni di questi accademici provengono da un centro di ricerche dell’University dell’East Anglia che sarebbe una delle fonti a cui Gore ha attinto ed a complicare la sua posizione sarebbe il fatto che alcune delle e-mail rivelatrici vennero scambiate con Rajendra Pachauri, l’indiano direttore della Commissione intergovernativa Onu sui cambiamenti climatici che nel 2007 ricevette il Nobel assieme a Gore. Pachauri ieri ha annunciato l’apertura di un’inchiesta sulla vicenda: «Non si possono chiudere gli occhi. Sono accuse serie.
Se a questo punto l’incertezza avvolge la missione danese di Gore da Washington arriva invece la notizia che il presidente Barack Obama farà tappa al summit nei giorni conclusivi - il 17 e 18 dicembre - e non più il 9, come annunciato in precedenza, per dare un contributo al raggiungimento di un solido compromesso sulla riduzioni delle emissioni nocive.
3/12/09 - Abbiamo contattato due studiosi italiani, ben conosciuti anche al pubblico, per cercare di capire qualcosa di più riguardo l'interessante faccenda del Climagate. Abbiamo realizzato un'intervista doppia coinvolgendo Guido Guidi, ufficiale dell'Aeronautica che spesso vediamo presentare le previsioni meteo sulla RAI, e Stefano Caserini, docente presso il Politecnico di Milano e autore del fortunato saggio "A qualcuno piace caldo". Dobbiamo, per amore della precisione, ricordare che il tenente-colonnello Guidi è anche coautore di un fortunato blog Climate Monitor, che presenta posizioni critiche nei confronti della teoria AGW, mentre il dott. Caserini è coautore del blog, non meno fortunato, Climalteranti, in cui sono presentate (testuali parole dell'autore) "le ragioni della comunità scientifica internazionale e sono discusse le tesi negazioniste sui cambiamenti climatici". Quale migliore occasione di farci un'idea più chiara della faccenda?
Domanda: Vorrei iniziare chiedendo, ovviamente ad entrambi gli ospiti, cosa pensano dell'attacco informatico di cui è stato vittima l'Hadley Centre. Sono uscite prove, a loro parere, che inficiano il lavoro degli studiosi schierati a favore dell'AGW (anthropogenic global warming = surriscaldamento globale per causa antropica)? Si è trattato invece di un tentativo di gettare fumo negli occhi a pochi giorni dall'importante Summit di Copenaghen? Insomma, vorremo avere un loro giudizio sull'accaduto.
Caserini: indagando in 10 anni di mail ne sono state trovate alcune che mostrano un comportamento sbagliato, censurabile, di alcuni scienziati. Anche nel mondo scientifico c'è chi sbaglia, ci sono gli esseri umani con i loro limiti e le loro debolezze. Non mi sembra una grande scoperta.
Tutto quanto fino a oggi trovato non mette in discussione le conoscenze acquisite sui cambiamenti climatici; i dati di base della scienza del clima sono integri, non sono truccati. È stato alzato un polverone ma nessuno ha detto in modo preciso, puntuale, quali dati sarebbero stati truccati, quali elaborazioni sarebbero state fatte, quali capitoli dei rapporti IPCC sarebbero stati manipolati.
Come abbiamo scritto su Climalteranti, sarebbe bello se un domani si scoprisse che il problema del riscaldamento globale non esiste, che è tutto un complotto. Ma se le prove sono queste, andiamo ... la cosa fa ridere.
Tutti si sono scoperti filosofi della scienza e fustigatori di costumi; va bene, ma piacerebbe sentire anche parlare di chi paga i rapporti dell'NIPCC, ci sono rapporti dettagliati e diversi libri che raccontano di come è stata finanziata e organizzata la sistematica disinformazione sul clima da parte di alcune lobby industriali.
Guidi: al di là delle ovvie considerazioni di carattere giuridico, per le quali un'azione del genere è comunque da stigmatizzare, il contenuto di quanto reso noto pone due problemi, uno etico ed uno pratico. Dal punto di vista etico, lo scambio epistolare comunque attinente a realtà professionali di collaboratori di una istituzione pubblica, privo di alcun elemento di carattere personale non dimostra altro che quella parte della comunità scientifica, non propriamente allineata sulla teoria AGW, sottolinea da tempo. C'è una componente importante di quanti si occupano di indagare il sistema climatico che ha subito o subisce un importante condizionamento politico e/o ideologico, arrivando ad assumere atteggiamenti di opposizione assoluta con chi questo condizionamento non lo subisce o, cosa non impossibile, ne subisce di altro genere. La volontà, i tentativi - non sappiamo quanto andati a buon fine, anche se qualche riscontro è possibile - di piegare al proprio volere o tornaconto le regole del sistema di revisione paritaria al fine di controllare l'informazione disponibile mina dal profondo i fondamenti dell'etica scientifica. Pur essendo probabilmente fatti non nuovi, perché il mondo non è tutto rose e fiori, occorre tener conto del fatto che questo gruppo di ricercatori costituisce l'elite cui fa riferimento il Panel Intergovernativo dell'ONU (IPCC) per le basi scientifiche dei propri rapporti. Da quelle basi dipendono i lavori di tutte le altre componenti, modellizzazione del clima, analisi d'impatto e valutazione delle azioni di mitigazione. Una responsabilità non da poco, che non credo possa essere gestita con l'atteggiamento disinvolto che traspare in modo evidente dai messaggi trafugati. Né può essere gestita in assenza di trasparenza, proprio quella che questo gruppo cercava di evitare con tanta attenzione. E qui giunge il problema pratico. Nei dati e nei codici che accompagnano le e-mail, non sappiamo se vi possano essere evidenze di manipolazione delle informazioni. Probabilmente questo non sarà mai possibile verificarlo per due ragioni. In primis non è presente alcuna indicazione che leghi questa o quella procedura di trattamento dati ai risultati di analisi pubblicate (per quel che ne sappiamo potrebbero essere tutti tentativi scartati in sede di utilizzo definitivo), per cui è difficile andare al di là del dubbio. In seconda battuta sappiamo che parecchi anni fa il centro di ricerca cui questo gruppo appartiene si è liberato, causa problemi di data handling, di tutte le informazioni grezze con cui sono state assemblate le serie storiche delle osservazioni dell'ultimo secolo e mezzo, conservando soltanto i dati post-elaborati, ovvero sottoposti alle procedure di controllo qualità ed omogeneizzazione. Se quelle procedure sono contenute nei dati trafugati, in assenza dei dati grezzi è comunque impossibile verificarne la correttezza o l'eventuale livello di condizionamento. Il fatto che quelle serie siano consistenti con quelle in possesso di altri centri di analisi e trattamento dati quali il GISS e l'NCDC non costituisce una prova qualitativa, perché quelle serie non sono tra loro indipendenti. Dal punto di vista strettamente attuale, non credo che questo possa essere stato un tentativo di far inceppare i meccanismi negoziali in vista del summit di Copenhagen. Innanzitutto perché è evidente che non si è trattato di un'operazione di hacking, quanto piuttosto di una fuga di dati operata dall'interno. I dati resi disponibili sono organizzati in modo tale da far pensare ad una raccolta di informazioni operata al fine di preparare una risposta alle innumerevoli richieste di accessibilità alle informazioni ricevute e mai ottemperate. Sembra più che altro una raccolta di ciò che veramente non poteva essere mostrato al pubblico. Il perché sarebbe interessante che lo spiegassero, come forse saranno presto chiamati a fare nell'ambito di una inchiesta interna che sembra ormai sempre più probabile. Tutto ciò non fa certamente bene al movimento, ma è probabilmente necessario in ragione del fatto che quello che sembra sia accaduto nell'ambito di quel gruppo, potrebbe aver fatto danni ancora maggiori alla credibilità di tutto il sistema.
Domanda: a questo punto sarebbe interessante sapere come i nostri due ospiti valutino l'ormai prossimo Summit di Copenaghen, che organizzato nelle migliori aspettative, sembra sempre ad una passo dal fallimento. Riusciranno i potenti della Terra a mettersi d'accordo riguardo il taglio delle emissioni dei Gas Serra? Oppure vi sono forze economiche e politiche più forti di quelle ecologiche?
Caserini: I presupposti affinché a Copenhagen ci sia un passo in avanti nelle politiche climatiche ci sono. Ci sono anche gli ostacoli: il ritardo delle negoziazioni, nell'elaborazione di un testo di accordo condiviso, e la forza delle lobby industriali, negli Stati Uniti in particolare.
È quindi più probabile un accordo politico, si spera serio, ma non è detto.
Copenhagen però sarà un passaggio, importante, ma non sarà la fine delle politiche climatiche, in entrambi i sensi: comunque vada, ci saranno tanti altri passi necessari.
Guidi: il summit di Copenhagen sente molto più l'influenza della contingenza economica e della necessità dei vari capi di stato e di governo di far comunque bella figura nei confronti del proprio elettorato, di quanto non senta l'urgenza di agire per mitigare l'impatto antropico sull'evoluzione del clima. Se così non fosse, non avremmo assistito ad una fase negoziale tanto convulsa e dichiaratamente improduttiva. Immediatamente dopo aver subito quello che sembrava un colpo definitivo da parte dei protagonisti principali USA e Cina, la conferenza è stata per così dire resuscitata con affrettate dichiarazioni d'intenti, colme di aspettative ma prive di contenuti. Le proposte avanzate rientrano sostanzialmente in due categorie: provvedimenti inutili e proponimenti impossibili. Alla prima appartengono le proposte dei due più grandi emettitori di gas serra, che prevedono un rateo di decarbonizzazione in linea con quello che avverrebbe comunque in ragione dello sviluppo tecnologico e del progressivo venir meno, per ragioni di costi e disponibilità, delle fonti fossili. Se per quanto riguarda gli USA ciò avviene per ragioni di politica interna, il cui accordo è imprescindibile ai fini della ratifica di un qualunque accordo, per quel che riguarda la Cina è una operazione di facciata, dietro la quale si cela una ferma volontà di mantenere il business as usual onde non rallentare il proprio rateo di sviluppo. Queste proposte sono inutili perché, qualora si volesse dar credito alla necessità di ridurre le emissioni onde contenere il riscaldamento globale entro limiti accettabili si dovrebbe fare molto ma molto di più. Somministrare un brodino al presunto clima ammalato non lo guarisce, ma tiene ben vivi gli interessi economici legati a tutta questa vicenda, continuando ad alimentare la bolla speculativa del carbon trading con effetti nulli sulle temperature. Alla seconda categoria appartengono le proposte avanzate dalla UE e le richieste dei paesi in via di sviluppo. Per la prima, il rateo di decarbonizzazione che sarebbe necessario per ottemperare a quanto proposto è semplicemente insostenibile per la gran parte dei paesi membri, a meno di non peggiorare e/o prolungare gli effetti negativi di una crisi economica dalla quale invece giustamente sembra si stia facendo di tutto per uscire. Non dovrebbe sfuggire a chi legge il particolare che proprio questa contingenza economica, causa di un rallentamento drammatico della produttività, è stata anche causa di una riduzione del 2,7% (cito a memoria) delle emissioni antropiche di CO2, per la prima volta in quattro decadi. Questo è, qualora mai ce ne fosse ancora bisogno, il segno evidente che la produttività industriale e quindi il benessere economico sono purtroppo legate a doppio filo con le emissioni. Ridurre oltre il sostenibile le seconde causa inevitabilmente una contrazione della prima. In sostanza la crisi mondiale da questo punto di vista è stato il trailer del film che potremmo vedere se si decidesse di perseguire un rateo di decarbonizzazione diverso da quello innescato "naturalmente" dallo sviluppo tecnologico e dalla necessità in tempi medio-lunghi di impiegare nuove fonti di approvvigionamento energetico. In questo senso è chiaro che questi interessi sono più forti di quelli ecologici, tuttavia è bene sottolineare che l'aspetto ecologico ha poco o nulla a che fare con la deriva catastrofica del clima, reale o presunta che sia. La riduzione dell'impatto antropico sull'ambiente non si persegue con l'abbattimento delle emissioni, ma con la cura dello stesso. Clima e ambiente non sono la stessa cosa. Del primo dobbiamo ancora capire quasi tutto ma riteniamo lo stesso di poter intervenire a governarlo, per il secondo sappiamo quasi tutto ma facciamo poco o nulla. Per la semplice ragione che la prima di queste attività è altamente redditizia, la seconda è invece quasi sempre un costo.
Domanda: infine chiuderei questa intervista doppia chiedendo ai nostri due ospiti un breve commento sull'attuale andamento del Global Warming. Siamo davvero di fronte ad un cospicuo rallentamento del riscaldamento globale? Oppure si tratta solo di una breve pausa fisiologica e le temperature ritorneranno presto a salire velocemente?
Caserini. Siamo nella variabilità naturale. Come nel passato, il riscaldamento globale non cresce in modo regolare. È un punto su cui la comunità scientifica non perde troppo tempo a discutere. Periodi simili sono successi anche in passato. Chi non vuole convincersi non deve fare altro che aspettare qualche anno, come nel passato. Ma non mi faccio troppe illusioni: anche fra 15 anni ci sarà chi dirà "negli ultimi 10 anni il riscaldamento si è fermato".
Oggi, le cose interessanti, i punti caldi della scienza del clima sono altri.
Guidi. Per definire "fisiologica" la fase di stasi che le temperature medie superficiali stanno attraversando da una decina d'anni, dovremmo conoscere il metabolismo del sistema. Così non è. Certamente il trend di lungo periodo continua ad avere segno positivo, certamente molti degli anni più caldi del periodo delle osservazioni strumentali ricadono nelle ultime decadi, se non proprio nell'ultima. Certamente una buona parte del trend "flat" delle temperature del breve periodo degli ultimi dieci anni è conseguenza del picco di riscaldamento registratosi per effetto del poderoso evento di El Niño del 1998 e da esso è fortemente condizionato. Tuttavia se il riscaldamento iniziato al termine della PEG (Piccola Era Glaciale) dovesse persistere, è ovvio che gli ultimi anni della serie saranno sempre i più caldi, altrimenti non staremmo parlando di riscaldamento. Questo non ci dice assolutamente nulla sulle origini di questa tendenza. Al pari, quelle che vengono sempre più spesso citate come evidenze delle origini antropiche dell'evoluzione del clima, sono esclusivamente evidenze dell'adattamento del sistema ad un nuovo stato termico. Quanto al forcing esogeno che si vorrebbe aver individuato nell'incremento dei gas serra, continuano ad essere latitanti molti degli elementi necessari a trasformare una correlazione in un rapporto causa-effetto. Manca il riscaldamento alla media troposfera e manca la linearità degli effetti di questo forcing che invece è altamente lineare, proprio perché le temperature medie superficiali continuano ad essere soggette ad oscillazioni di breve-medio periodo (dieci anni sono pochissimi se riferiti al clima, ma lo sono anche gli ultimi trenta del secolo scorso, periodo in cui secondo la letteratura più accreditata sarebbero divenuti più evidenti gli effetti del forcing antropico). Se queste oscillazioni sono ascrivibili a dinamiche di origine naturale, ed hanno a quanto sembra un impatto in grado di celare, fermare o annullare il presunto forcing antropico, è assolutamente necessario comprenderle prima di procedere a qualsiasi intervento di mitigazione. Inoltre, è proprio la potenziale preponderanza di queste dinamiche a suggerire che probabilmente il peso del forcing antropico, da cui dipendono totalmente le proiezioni di lungo periodo, è stato largamente sovrastimato e potrebbe essere inoltre costituito da fattori anche diversi dalle sole emissioni di gas serra, quali gli aerosol, la destinazione d'uso del suolo etc. il cui segno può essere negativo come positivo, semplicemente ad oggi non è noto. A questi fattori, si è dedicata, anche nelle ultime determinazioni dell'IPCC decisamente poca attenzione. Ancora una volta, concentrare tutte le attenzioni sul solo forcing da gas serra, il cui livello di comprensione scientifica è definito elevato, ma alla luce di quanto detto probabilmente non lo è affatto, contiene il serio rischio di imboccare la strada sbagliata, ovvero di perseguire obiettivi strategici di lungo periodo, il cui raggiungimento è incerto, trascurando quelli di breve e medio periodo, il cui impatto sulla nostra società è certamente più significativo. Ha senso mettere in piedi progetti faraonici di mitigazione delle temperature su scala centenaria quando non sappiamo se quest'inverno o la prossima estate saranno necessari importanti interventi di protezione civile per contrastare gli eventi atmosferici o climatici? O se si dovranno approntare politiche energetiche particolari per le stesse ragioni? Io credo di no, e forse più che sul prossimo secolo, i nostri sforzi dovrebbero essere concentrati su questo.
3/12/09 - Nonostante il fatto che di recente sia stato dimostrato che la questione del riscaldamento globale è una frode, il presidente americano Barack Obama ha fatto sapere che parteciperà comunque al vertice sul clima che si terrà il prossimo dicembre a Copenhagen.
Secondo quanto si legge sul Greenspace blog del “Los Angeles Times”, “un funzionario della Casa Bianca ha confermato che gli Usa si impegneranno in quella sede a ridurre entro il 2020 del 17 per cento – rispetto ai livelli del 2005 – le emissioni dei gas heat-trapping, gli stessi che alcuni scienziati accusano d’essere i responsabili del riscaldamento globale. Si tratta dello stesso obiettivo fissato nel progetto di legge sul clima approvato dalla Camera lo scorso giugno”.
E ancora: “Altri dirigenti della Casa Bianca affermano che la decisione di partecipare all’incontro di Copenhagen è stata presa dopo varie discussioni fruttuose sul tema del clima mantenute tra Obama e i leader cinese e indiano, le due nazioni in via di sviluppo la cui partecipazione è considerata critica per ottenere qualsiasi tipo di sforzo vincente per evitare un catastrofico cambiamento climatico”.
A quanto pare, i funzionari della Casa Bianca non leggono molto. La notizia che il riscaldamento globale è una frode, basata su dati falsificati, forse non è riuscita a passare nelle menti geniali della CNN - che continuano a resistere alla verità - o in quelle dei principali imitatori di Obama, ma fonti più credibili l’hanno diffusa nelle prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo.
Certo, il “clima-gate” è una storia che nessuna persona sensata oserebbe mai ignorare. Per di più, questo tema sta crescendo sempre di più a causa degli evidenti legami tra gli scienziati che falsificano i dati, le Nazioni Unite e i governi di molti Paesi che ne sono diventati complici. Giorni fa, il senatore repubblicano dell’Oklahoma James Inhofe ha chiesto alla Commissione sull’Ambiente e Affari Pubblici del Senato di avviare un’indagine sulla questione.
Il Clima-gate sta montando sempre di più, come uno "tsunami della verità" sul punto di travolgere il bersaglio. Nel frattempo, Obama è lì che si abbronza sulla spiaggia, attorniato da una folla di ammiratori. E se un messaggero si mettesse a gridare mentre corre, avvertisse che sta per arrivare un’onda anomala e che bisogna allontanarsi dalla spiaggia, il presidente americano non si muoverebbe da dove si trova, principalmente perché non lo avrebbe neanche ascoltato.
O forse sì? Non riesco a immaginarmi che Obama sia tanto incompetente da un punto di vista politico da permettere che il Clima-gate lo danneggi. Prevedo che, il giorno dopo che si verrà a sapere tutta la verità, ci sarà un qualche funzionario della Casa Bianca che resterà schiacciato dai rottami lasciati dallo tsunami, insieme a John P. Holden (responsabile della politica sulla Scienza e Tecnologia della Casa Bianca) e Steven Chu (segretario americano agli Affari Energetici) , ossia gli zar del riscaldamento globale di Obama.
Mentre il Clima-gate inonda i media più importanti, questi ed altri fautori del riscaldamento globale alla Casa Bianca probabilmente daranno le dimissioni per “dedicare più tempo alla famiglia” o per fondare un nuovo think-tank liberale. A che cosa servono gli zar se non a prendersi il fango in faccia per mettere al riparo “The One”?
A mio parere, Obama finirà per starsene in una cabina sulla spiaggia, fumando una sigaretta e guardando là fuori i cadaveri annegati dei suoi ex consiglieri. Asciutto, calmo e ancora al potere. Dato il profondo stato di trance in cui si trovano i principali media nei confronti del presidente americano, aspettiamoci che ci vorrà più di uno "tsunami della verità" per farlo cadere.
I manipolatori mediatici della Casa Bianca convinceranno i network giornalistici che sono fan di Obama a concentrarsi su questioni diverse, per distogliere l’attenzione dalla reale situazione sul clima – per esempio la guerra in Afghanistan, la nuova influenza o qualsiasi altra cosa con cui riempire le prime pagine – e permettere al presidente Obama di rifugiarsi nella sua nuova “crisi”.
30/11/09 - Franco Battaglia insegna Chimica Ambientale all’Università di Modena ed è uno dei più importanti studiosi Italiani di climatologia. A seguito della vicenda dei falsi dati con cui alcuni scienziati enfatizzavano il global warming con lo scopo di alimentare le teorie che considerano le attività umane responsabili del riscaldamento del pianeta, alcuni rappresentanti della Camera dei Lord sono intenzionati a chiedere una pubblica inchiesta che faccia interamente luce sull’argomento, per difendere, a quanto dicono, l’integrità dell’evidenza scientifica su cui si devono basare decisioni importanti a livello internazionale.
Quando gli chiediamo di commentare l’episodio che ha visto coinvolti gli scienziati del Centro di ricerche sul clima dell’Università dell'East Anglia in Inghilterra, facciamo esplicito riferimento allo ’scossone’ subito dal mondo scientifico internazionale. "Ma io non ho battuto ciglio", ci ha risposto. "E’ da dieci anni che dico che quello del global warming antropogenico è un colossale falso scientifico".
Però adesso la bufala è venuta fuori e i falsificatori del clima sono stati smascherati.
E’ vero che Lenin sembra avesse detto: se non hai argomenti, inventali. Ma pare disse pure: puoi ingannare molti per molto tempo, alcuni per sempre, ma non tutti per sempre".
Ma perché facevano questo? Che interessi ci sono dietro il Global Warming?
"Gli ultimi interessi sono quelli delle tecnologie cosiddette alternative di produzione elettrica, principalmente eolico e fotovoltaico. Sono una colossale frode che si vorrebbe sdoganare col falso di cui sopra".
Ma qualè la reale situazione nell’atmosfera? Esiste il global warming e, soprattutto, se esiste, è determinato dalle attività umane oppure è assolutamente naturale?
"No, il GW come fenomeno anomalo non esiste. Attualmente la Terra sta sperimentando un periodo caldo cominciato 400 anni fa e continuato fino ai giorni nostri. L’uomo non c’entra. Per nulla".
Quali sono gli scenari futuri, e come dovremmo approcciarci a questo tipo di studi?
"I cambiamenti climatici sono fenomeni naturali: bisogna adattarsi, non sperare di governarli".
Sono efficaci e, soprattutto, utili gli interventi che i grandi del Mondo si stanno sforzando di operare in favore dell’ambiente?
"Totalmente inefficaci, inutili, dispendiosi e, probabilmente, l’origine della recessione economica".
27/11/09 - Tutti parlano ormai del prossimo meeting di Copenhagen sul clima del pianeta, in questi giorni vengono intervistati scienziati di tutto il mondo su un tema caldissimo (sarebbe proprio il caso di dirlo!) come quello dei cambiamenti climatici ed i telegiornali danno in pasto alla pubblica opinione informazioni del tutto parziali e fuorvianti nell’ambito dell’effetto serra e del riscaldamento globale.
Qualche anno fa, quando i media presentavano il meeting di Kyoto, almeno usavano l’accortezza di riferire che i grandi della Terra si riunivano per studiare contromisure tese a ridurre le emissioni inquinanti da parte dell’uomo, responsabili dell’effetto serra e quindi dell’aumento termico globale.
Ora, invece, si taglia corto e si cita direttamente il cosiddetto “pacchetto clima”, eludendo completamente le cause e dando quindi per scontato ciò che scontato non è e cioè che l’uomo sia la causa unica di ogni piccola variazione del clima.
Quello che stiamo vivendo, cari lettori, è un periodo caratterizzato da una grossa involuzione scientifica in questo senso e se consideriamo anche la storia imbarazzante delle intercettazioni delle mail scambiate tra eminenti climatologi di fama mondiale, in questi giorni l’uomo sta scrivendo alcune tra le pagine più nere della storia della Climatologia!
Quello che ci si rifiuta di accettare è che, ancora oggi, siamo ben lungi dall’aver compreso tutte le variabili che entrano in gioco nel condizionare il clima, né tutte le relazioni di causa-effetto che condizionano il sistema climatico, né tanto meno quali siano tutti i fattori astronomici, geofisici, biologici ed antropici che condizionano il clima ed il peso che hanno i primi nel produrre effetti sul secondo.
Il più grande scienziato che sia mai esistito, Galileo Galilei, ci insegna il metodo scientifico: ogni scoperta, per essere accettata come tale, deve essere riprodotta in laboratorio, provata e riprovata, fino alla formulazione di una legge generale.
Il vero scienziato è colui che ha l’umiltà di ammettere quali sono i limiti della Scienza e della mente umana e di considerare che ogni teoria, fin quando non è legge, può essere modificata, o perfino cessare di essere valida.
Il vero scienziato, citando Antonino Zichichi, non ha l’arroganza di chi crede di sapere tutto, ma è umile a tal punto di accettare che ha ancora tanto da studiare e da scoprire prima di poter giungere ad una verità scientifica, perché quella di cui è in possesso è sempre parziale, frammentaria e caduca. Inoltre è dotato della virtù dell’onestà intellettuale, che consiste nel non alterare i dati, né manipolare i risultati dei suoi studi.
Ora, mi chiedo: quali sono le leggi che regolano il clima? Quali equazioni matematiche sono inserite nei modelli che affermano con certezza che farà sempre più caldo? Come è possibile esser certi del clima che ci sarà tra 90 anni, se ancor oggi non siamo in grado di sapere che tempo farà a Natale e, a volte, sbagliamo anche le previsioni a 3 giorni?
In base a quali modelli climatici si afferma che, ad un aumento del 5% della concentrazione di anidride carbonica nell’aria in 50 anni, debba corrispondere un aumento di temperatura di 6°C entro il 2100 e non, magari, un raffreddamento?
Quelli falsati dell’IPCC, forzati a puntare verso l’alto qualsiasi cosa accada? ma che Scienza è mai questa, priva di un serio contraddittorio tra le parti? E che società è mai la nostra, quella che altera la realtà a tal punto, da mettere alla ribalta di tutti i telegiornali di un paio di settimane fa notizie di un caldo anomalo nell’Australia sud-orientale con tanto di incendi e moria di koala e di non fare neanche un cenno all’ondata di freddo ed alle pesanti nevicate che hanno investito una regione poi non tanto lontana dall’Australia, come la Nuova Zelanda?
Coloro che trasmettono queste notizie, o meglio ancora, gli enti che contattano le varie testate giornalistiche, invitandole a diffonderle, non sanno che nella circolazione generale dell’atmosfera, nella fascia compresa tra le latitudini di 30° e 60° esistono le onde di Rossby, nelle quali ondate di caldo in una zona sono esattamente compensate da ondate di freddo in un’altra e che, nel caso prima citato tanto caldo è sceso dai tropici verso l’Australia, altrettanto freddo è risalito dal Polo Sud verso la Nuova Zelanda?
Perché, allora, parlare solo del caldo australiano e non anche del gelo neozelandese, o della ripresa attuale dei ghiacciai antartici? La risposta è pronta: perché, nell’ottica perversa di trasmettere alla popolazione l’idea che fa sempre e solo caldo, non possono rientrare notizie del genere: queste sì che produrrebbero “Una scomoda verità”, altro che quella di Al Gore! e allora vai con le interviste, nei telegiornali del mattino, a scienziati giapponesi che sentenziano imminenti catastrofi climatiche causate dall’uomo e che dicono che i ghiacciai dell’Himalaya attualmente stanno avanzando, ma tanto tra un po’ dovranno pur arretrare anche loro, fino a scomparire del tutto entro il 2100, perché in un mondo in cui tutto il ghiaccio fonde per colpa dell’uomo, non è previsto che un ghiacciaio possa avanzare!
Così tutto è pronto, vari enti di ricerca mondiali stanno mettendo a punto gli ultimi dettagli per preparare presentazioni e dibattiti nella conferenza di Copenhagen e vendere al mondo intero l’idea che è necessario ridurre drasticamente le emissioni inquinanti, non certo perché sono nocive alla salute, ma esclusivamente perché altereranno irrimediabilmente il clima del pianeta.
Tutto avverrà il giorno 8 Dicembre, un giorno di festa, molta gente sarà a casa, e sarà vittima di una televisione che, questa volta più che mai, si renderà complice di una subdola e premeditata manipolazione planetaria delle pubbliche coscienze.
Il nostro invito per il giorno dell’Immacolata, ora più che mai, è quello di lasciar perdere le chiacchiere e di spegnere il televisore, per dedicare il nostro tempo alle buone cose d’un tempo, come giocare con i più piccoli accanto ad un presepe o ad un albero di Natale in festa e di dare ascolto ai nostri cari anziani: essi, dall’alto della loro “ignoranza scientifica”, sono depositari di una saggezza, di una profondità e di una cultura che molti dei più illustri e dotti scienziati climatologi dei giorni nostri non possiedono.
25/11/09 - Vi forniamo di seguito alcuni passaggi del fitto epistolario tra gli scienziati che sostengono la teoria dell'effetto serra su base antropica. Come leggerete, in tutti i modi cercano di nascondere ciò che potrebbe suscitare perplessità e far scricchiolare la loro "verità di fede" agli occhi dell'opinione pubblica e soprattutto dei politici, pronti a prendere decisioni importanti pro clima, o meglio pro finanziamenti e dunque pro portafogli di lor signori.
Aldilà del chiaro indotto economico, si evince chiaramente da queste righe come codesti signori sentano in modo quasi morboso la necessità di far prevalere la loro linea, nel tentativo di inscatolare il clima e di ingabbiarlo in rigidi schemi che ne mettano l'uomo al timone, convincendo tutti con qualsiasi mezzo della bontà delle loro osservazioni. Si arriva così persino a gioire della morte di uno scienziato scettico.
Abbiamo scelto le più significative, semplificando per i meno esperti alcuni passaggi, ma senza minimamente alterarne il contenuto.
-Michael Mann ritiene necessario mettere in cattiva luce un giornale che che ha strizzato l'occhiolino agli scettici pubblicando documenti a loro favorevoli.
-Mann pensa di mettersi in contatto con Richard Black presso la BBC per scoprire come sia stata possibile la pubblicazione di un articolo velatamente scettico.
-Phil Jones gioisce per la morte dello scettico John Daly.
-lo scienziato Phil Jones scrive all’ Università di Hull: dovete fermare Sonia Boehmer Christiansen, il suo scetticismo crea problemi
-Tim Osborn spiega come troncare i dati per nascondere un andamento termico che punti ad un imbarazzante raffreddamento.
-Mann è preoccupato per i contatti del direttore del giornale James Saiers con Pat Michaels.
-Tom Wigley giudica volgarmente Richard Lindzen. (questa non è una novità)
-Phil Jones afferma di essere ricorso al trucco di Mann per mascherare cali termici nei grafici
-Kevin Trenberth trova assurdo che non si riesca a spiegare alla gente quali siano le cause del mancato raffreddamento degli ultimi tempi.
-Mann confida a Jones che sarebbe utilissimo minimizzare le alte temperature registrate nel Periodo caldo medioevale.
-Mann incoraggia Jones dice che egli è ormai "sulla nave" e che si sta lavorando verso un "obiettivo comune" e ricorda a Revkin che di McIntyre non c’è da fidarsi.
-Jones rassicura tutti "lui e Kevin terranno alcune carte fuori dal prossimo rapporto IPCC. (incredibile)
-Secondo David Parker non va cambiato il periodo di riferimento per l’indice della temperatura globale. "la gente farà casino e penserà che faccia meno caldo di quanto non sia".
24/11/09 - Tutto tace. Tutto sta passando sotto i nostri occhi nella più scandalosa e totale indifferenza. Perché non parlano? Perché non fanno sapere alla gente cosa sta accadendo nei locali dell'Hadley Center, punto di riferimento numero uno per la raccolta, l'elaborazione e l'interpretazione dei dati climatici? Cosa si nasconde veramente dietro quelle catastrofi millantate? Cosa c'è di vero in quelle e-mail esposte al pubblico ludibrio?
Nessuno parla. Bocche cucite. Silenzio assordante. E il nostro mondo là fuori che per molti continua ad essere in fin di vita. Eppur si muove.
Dalle holding accademiche degli eletti, dopo l'improvviso travaso di bile, tutto è stato messo a tacere. Appena in tempo. A Copenaghen fervono i preparativi per un summit sul clima considerato risolutivo dopo il fallimento di Kyoto. Quali dati consegneranno a Obama? Quali argomentazioni proporranno agli altri Capi di Stato e di Governo? Cosa racconteranno alla gente?
Possibile che, all'alba del terzo millennio, le sorti del Pianeta siano in mano a quattro grafici manipolati? La risposta purtroppo è affermativa. E se gli altri non lo dicono lo facciamo noi: i dati delle ricerche condotte sul riscaldamento globale sono state con tutta probabilità dolosamente alterati. Le prove documentali sono racchiuse entro una sterminata raccolta di comunicazioni via e-mail lunga un decennio tra alcuni ricercatori particolarmente influenti, intercettate e rese pubbliche.
Tali dati erano quelli che venivano poi raccolti dall'IPCC, ulteriormente "scremati" e quindi divulgati senza contraddittorio, ma con il metodo-facciata della revisione paritaria, in realtà ulteriore censura di parte. Il fine era quello di addebitare per il 90% alle attività umane la responsabilità dell'attuale fase di riscaldamento climatico. Il tutto per motivi che hanno legato fin dall'origine l'IPCC con le lobby del potere, in primis la politica.
Ma qualcosa negli ultimi anni è andato storto. In barba ai sofisticati modelli utilizzati per prevedere lo stato del clima nei secoli a venire, tale elite di scienziati non ha fatto i conti con l'oste, ossia proprio con lui, il clima, il quale ha deciso di frenare senza preavviso il suo riscaldamento, troncando di netto quelle curve che puntavano impietosamente verso l'alto.
Tutto da rifare? Macché! Rimessa mano ai grafici, via con una bella limata di qua e una bella tirata di là; ecco fatto, il clima dell'ultimo millennio è stato rifatto ad arte, ossia "artefatto". E soprattutto pronto per Copenaghen 2009. Ma ancora una volta l'imprevisto: le e-mail scambiate dai ricercatori per mettere a punto il "lifting" al pianeta sono finite (in modo altrettanto delittuoso questo lo dobbiamo dire) in pasto al pubblico.
Poche e frammentarie le notizie, parlano solo i siti internet del settore. Tacciono i giornali, tacciono le televisioni, tacciono le magistrature. E davanti a tutto questo noi, dalla nostra piccola nicchia, fuori da ogni logica di sistema, immersi con dedizione e abnegazione nel nostro lavoro, attendiamo l'evolversi degli eventi speranzosi che la giustizia faccia luce su questa "scomoda verità". Nel frattempo proseguiamo dritti per la nostra strada ripetendo in cuor nostro "Eppur si muove".
23/11/09 - Gli scettici sul riscaldamento del clima sono in piena euforia. Convinti di aver colto con le mani nella marmellata i profeti di sciagure e gli sciamani del global warming. In pieno negoziato per non far fallire il vertice di dicembre a Copenhagen, lo scandalo dei dati ritoccati rivelato ieri dal New York Times fa riesplodere la disputa pubblica sui danni veri o presunti causati dai gas serra alla sostenibilità climatica del pianeta. Gridano alla truffa i negazionisti, rispondono con uguale veemenza i teorici della responsabilità umana, invocando l’enorme quantità di dati a sostegno delle loro tesi. Qualche dubbio sulla qualità della ricerca rimane. Soprattutto ora, che centinaia di e-mail, rubate da pirati telematici dai computer della University of East Anglia, in Gran Bretagna, rivelano che autorevoli ricercatori e scienziati inglesi e americani hanno spesso «forzato» e in qualche caso alterato i dati in loro possesso, per combattere gli argomenti degli scettici, concordando vere e proprie strategie di comunicazione per convincere l’opinione pubblica. Non mancano nella corposa corrispondenza riferimenti derisori e insulti personali a quanti mettono in dubbio la tesi del global warming, che uno degli autori delle mail definisce «idioti». «Questa non è una pistola fumante, è un fungo atomico », ha detto al quotidiano newyorkese Patrick Michaels, un esperto climatico che da tempo accusa il fronte del surriscaldamento di non produrre prove certe e dati convincenti a sostegno delle tesi catastrofiste.
La scoperta dell’incursione è avvenuta martedì scorso, dopo che gli hackers erano penetrati nel server di un altro sito, un blog gestito dallo scienziato della Nasa Gavin Schmidt, dove hanno cominciato a scaricare i file degli scambi di posta elettronica tra questi e gli studiosi di East Anglia. Due giorni dopo, le prime mail hanno cominciato ad essere pubblicate su The Air Vent, un sito dedicato agli argomenti degli scettici. La polizia ha aperto un’indagine, anche se i primi dubbi sull’autenticità della posta sono stati sciolti dagli stessi scienziati anglo-americani, che hanno confermato di essere gli autori. «Il fatto è che in questo momento non possiamo dare una spiegazione alla mancanza di riscaldamento ed è una finzione che non possiamo permetterci», scriveva poco più di un mese fa Kevin Trenberth, del National Center for Atmospheric Research di Boulder, in Colorado, in una discussione sulle recenti variazioni atipiche della temperatura. Ancora, nel 1999, Phil Jones, ricercatore della Climate Unit a East Anglia, ammetteva in un messaggio al collega Michael Mann, della Pennsylvania State University, di aver usato un «trick», un accorgimento per «nascondere il declino» registrato in alcune serie di temperature dal 1981 in poi.
Mann ha cercato di sminuire il significato del termine trick, spiegando che è parola spesso usata dagli scienziati per riferirsi a «un buon modo di risolvere un determinato problema» e non indica una manipolazione. Nel caso specifico, erano in discussione due serie di dati, una che mostrava gli effetti delle variazioni di temperatura sui cerchi dei tronchi degli alberi, l’altra che considerava l’andamento delle temperature atmosferiche negli ultimi 100 anni. Nel caso dei cerchi degli alberi, l’aumento della temperatura non è più dimostrato dal 1960 in poi, mentre i termometri hanno continuato a farlo fino a oggi. Mann ha ammesso che i dati degli alberi non sono stati più impiegati per individuare la variazioni, ma che «questo non è mai stato un segreto». Secondo Trenberth, le e-mail in realtà mostrano «l’integrità sostanziale della nostra ricerca». Ma per Patrick Michaels, lo scandalo rivela l’atteggiamento fondamentalista dei teorici del global warming, «pronti a violare le regole, pur di screditare e danneggiare seriamente la reputazione di chi vuole solo un onesto dibattito scientifico».
È davvero difficile riuscire a districarsi nel groviglio di notizie, impressioni e giudizi che stanno sommergendo il mondo della climatologia, dopo che venerdì 20 novembre vi è stata una spettacolare fuga di notizie che ha colpito l'Hadley Centre, uno dei maggiori istituti internazionali deputati allo studio del clima, e fortemente affiliato all'IPCC, il pannello intergovernativo voluto dall'ONU per monitorare gli studi sui cambiamenti climatici: insomma, un attacco al cuore dell'AGW, cioè degli scienziati sostenitori delle cause antropiche del Global Warming. L'Università della East Anglia ha subìto quindi un assalto informatico (interno, esterno? le ultime notizie propendono per l'attacco interno) che è oggetto delle indagini delle forze dell'ordine: infatti migliaia di mail private e di documenti riservati sono stati riversati sul Web.
I fatti: venerdì 20 novembre oltre 1.000 mail e circa 3.500 documenti riservati vengono immessi in rete attraverso un sito russo FTP. Si tratta di mail private, in cui gli studiosi dell'Hadley Centre (e non solo) si scambiano opinioni e giudizi operativi, e di documenti scientifici. Ovviamente non possiamo sapere se tutto il materiale immesso sia genuino. Certo molto lascia pensare che si sia di fronte a qualcosa di grosso, visto che lo stesso Hadley Centre ammette l'attacco e non smentisce l'autenticità di gran parte del materiale. Come giustamente afferma Claudio Gravina del Climate Monitor, sembrerebbe davvero improbabile che qualcuno abbia ricostruito ad arte la corrispondenza di anni di studiosi su tematiche spesso molto complesse e puntuali.
Il punto è: le informazioni che stanno via via trapelando sulla rete sono davvero scandalose. Se si dimostrassero vere, saremmo davvero di fronte ad un Climate Gate, uno scandalo che colpirebbe buona parte del mondo accademico che si occupa di questioni climatiche.
Vediamo quindi in sintesi quali sono per ora le principali informazioni scottanti che emergerebbero dalla disamina delle numerose mail diffuse in rete.
Prima di tutto emerge un uso del metodo del peer-review davvero poco corretto. Tale metodo è stato messo a punto per valutare la correttezza operativa delle pubblicazioni scientifiche: il suo scopo primario è quello della revisione paritaria. Stando alle mail fuoriuscite, sembra che spesso e volentieri, invece, si sia abusato del peer-review fino a trasformarlo in un sistema di filtraggio lobbistico. Praticamente si facevano pressioni perché certi studi fossero posti all'attenzione della comunità internazionale ed in primis dell'IPCC ed altri invece rimanessero in un cono d'ombra.
Un'altra accusa, suffragata dai documenti fuoriusciti, riguarderebbe la gestione dei dati climatici dell'Hadley, la più lunga al mondo. Da tempo si chiede ai ricercatori del centro di mettere a disposizione le serie temporali originarie: il rifiuto è sempre stato netto. Ma in tal modo viene meno un principio fondamentale del metodo scientifico: la riproducibilità dell'esperimento! Ora il sospetto di una manipolazione dei dati originari appare più fondato.
Ma l'accusa più grave, che emergerebbe dalla disamina dei file, è questa: il gruppo di scienziati "attaccati" avrebbe agito cercando di manipolare i fatti e le teorie allo scopo di ostentare all'esterno un'immagine unitaria e concorde dello scenario climatico. Mi spiego meglio. Dalla lettura dei file spesso emergono consapevolezze da parte degli scienziati che la teoria dell'AGW (il riscaldamento globale dovuto all'uomo) avrebbe dei punti deboli. Ma tali studiosi hanno deciso di nascondere questi dubbi. Non solo: se fossero vere le mail, risulterebbe che gli studiosi avrebbero cercato di modificare le loro ricerche per fare in modo che risultassero più omogenee!
"Per catturare l'attenzione del pubblico bisogna presentare scenari catastrofici, divulgare opinioni semplificate, minimizzare i dubbi, occorre insomma trovare il giusto equilibrio tra l'essere efficace e l'essere onesto". E' una dichiarazione di 20 anni fa del grande scienziato Stefan Schneider, che ammetteva la difficoltà di attribuire all'uomo tutte le variazioni climatiche verificatesi alla fine della piccola era glaciale.
Di dubbi gli scienziati ne hanno sempre. Anche gli scettici non possono essere certi che l'uomo sia innocente, ma aldilà di un noioso disquisire accademico, che ha assunto ormai toni da baruffa chiozzotta, sarebbe bene saltare l'ostacolo e chiedersi cosa possiamo fare per aiutare il Pianeta a respirare meglio, tutto qui, senza necessariamente vederci oceani sollevati, malaria, carestia, devastazione, desertificazione o al peggio alluvione e poli fusi.
Certo la figuraccia è stata notevole: aveva cominciato in ottobre Kevin Trenberth, del National Center for Atmospheric Research di Boulder, in Colorado, ad affermare di non sapere più come giustificare il rialzo così lento delle temperature globali rispetto alle previsioni catastrofiche dell'IPCC. Poi c'è Phil Jones, che 10 anni fa, confidava al collega Michael Mann, di aver usato uno stratagemma per smorzare talune variazioni negative fin troppo evidenti nelle temperature dell'ultimo trentennio.
Poi sono arrivate le intercettazioni in rete, con la rivelazione di tutta una serie di strategie da seguire per mostrare in modo più efficace la risalita costante e straordinaria dei valori termici nei dati ufficiali preparati per i convegni internazioni più importanti e per le riviste scientifiche di settore. E' un epistolario vastissimo, in cui è chiaro l'intento di fregare il prossimo.
Ad oggi, in ambito scientifico, esistono due ricostruzioni principali del clima dell’ultimo millennio, con le relative correnti di pensiero che mostrano tra loro notevoli e sostanziali differenze.
La prima teoria vede un Optimum Climatico Medioevale con temperature superiori alle attuali, la seconda, più recente (ma ultimamente ritrattata nel Quarto Rapporto dell’IPCC), considera le temperature attuali come le più elevate del millennio a causa dell’intervento umano.
Ma dove sta la verità? Analizziamo “super partes” lavoro ufficiale messoci a disposizione dai climatologi.
La prima ricostruzione deriva dagli studi effettuati negli anni ‘60 dal celebre climatologo Hubert Lamb, il quale sosteneva che tra il 750 e il 1200 d.C., le temperature globali erano le più elevate del millennio.
Sul nostro continente, ad esempio, erano più alte di 1°-1,5° rispetto alla media del 1900-1960 (con differenze maggiori alle alte latitudini); questo sottolinea quindi una spiccata variabilità climatica culminata in due eventi opposti: il cosiddetto “Optimum Climatico Medioevale”, riferito appunto al periodo sopra citato, caratterizzato da temperature superiori alle attuali, e la successiva rapida fase di raffreddamento ad iniziare dal 1400 d.C., conosciuta come “Piccola Era Glaciale”, culminata intorno al 1850, periodo dal quale le temperature hanno ricominciato a salire fino ai giorni nostri.
Nell’ambito di questo studio, prelievi effettuati sugli alberi di Tornetrask (monti Urali,Russia), riscontrarono che il periodo effettivamente più caldo dell’attuale fu quello tra il 950 e il 1035 d.C., quando le precipitazioni diminuirono nell’Europa meridionale (in Italia spiccati episodi siccitosi determinarono una forte diminuzione dei depositi alluvionali) mentre aumentarono in quella centrale e britannica, il limite delle nevi permanenti sulle Alpi si alzò di circa 200-250 metri, mentre il livello medio degli oceani era circa 0,5-0,8 metri più elevato dell’attuale, fatto testimoniato in Italia dalla presenza di numerose zone acquitrinose, principalmente lungo le zone costiere della Pianura Padana, ma anche in alcuni settori della Puglia e della Sardegna occidentale (la diffusione della malaria intorno all’anno 1000 fu una riprova della conseguente insalubrità di molte zone).
La seconda ricostruzione ci propone un andamento climatico dell’ultimo millennio assai stabile, durante il quale spicca solamente un modesto raffreddamento corrispondente alla fine del secolo corso, seguito da un notevole picco di caldo inerente l’attuale fase di riscaldamento.
Questa ricostruzione, condotta da tre scienziati americani Mann,Bradley e Hughes (MBH98) e presa poi a modello nel Terzo Rapporto dell’IPCC a sostegno della teoria antropogenica del Global Warming, fu presentata la prima volta nel 1998 e sollevò notevoli perplessità da parte del mondo scientifico, anche all’interno dell’IPCC stesso.
La controversia raggiunse il suo apice nel 2001, quando i tre scienziati americani curarono in prima persona la pubblicazione del lavoro nel rapporto ufficiale e la loro teoria fu quindi divulgata tramite i media, nonostante fosse l’unico documento che dimostrasse l’aumento globale delle temperature. Le obiezioni degli scienziati dissidenti furono messe al vaglio di un consiglio di saggi, quindi pesantemente boicottate tramite il meccanismo denominato “Peer Reviews”, ossia "Revisione Paritaria", con l’esclusione e l’isolamento degli stessi.
Non potendo utilizzare canali “ufficiali” a causa delle reticenze degli interessati, due statistici canadesi, Steve Mc Intrye e Ross McKitrick, proseguirono in proprio gli studi, analizzando i procedimenti di Mann e compagni scoprendo un gran numero di errori, ma non riuscirono a replicare, trovando a loro volta un muro di ostilità nell’esporre e far accettare il contraddittorio in quanto i loro metodi, basati su retroazioni matematiche e statistiche, furono tacitati poiché non seguivano i canoni classici della ricerca ufficiale.
Le conclusioni formali di Mann, sintetizzate in un grafico denominato Hockey stick (mazza da hockey), furono dunque inserite nel Third Assessment Report (TAR) dell’IPCC, datato 2001 e da quel momento era ormai ufficiale, l’Optimum Climatico Medioevale e la Piccola Era Glaciale non esistevano più, spariti. La nuova teoria, che tra l’altro contraddiceva palesemente quanto proposto nel report precedente utilizzato dallo stesso IPCC nel 1995 (il Second Assessment Report,SAR), cancellava con un semplice colpo di spugna la credibilità dei climatologi e tutti gli studi condotti fino a quel momento, basati sulla minuziosa ricostruzione dei dati rilevati tramite carotaggi, sedimenti, indagini paleoclimatiche nei punti più disparati del Pianeta e nel quale erano evidenti le tracce sia dell’Optimum Medioevale che della Piccola Era Glaciale.
L’inattendibilità degli studi di Mann e compagni tornò ben presto alla ribalta e alcuni studiosi, sfuggiti alle maglie dell’ente internazionale, mettevano in luce una evidente incompletezza dei dati fonte dello studio in oggetto,lacune ricondotte ai metodi utilizzati, basati sugli anelli di accrescimento degli alberi, sugli isotopi nel ghiaccio, sui coralli. Come riportato in una serie di articoli pubblicati su Geophysical Research Letters, negli studi vi erano ad esempio inserite (in buona fede?) solo alcune specie di piante, analizzate per giunta solamente in determinate parti del Pianeta.
Ora, essendo l’accrescimento degli alberi influenzato da molteplici fattori, tra i quali anche l’età e la localizzazione geografica, va da sé che lo studio risultava manifestamente incompleto.
Altre analisi compiute in seguito dai climatologi dell’Università della California, capeggiati dal fisico Richard Muller, utilizzarono lo stesso metodo dell’MBH98, basandosi però su un campione di piante molto più omogeneo e ottennero risultati alquanto diversi.
Un articolo pubblicato su Science ad opera dell’eminente climatologo tedesco Hans von Storch (che defini l’Hockey Stick “spazzatura”), dipanò infine il problema, appurando senza ombra di dubbio la grande bufala, portando a dimostrazione ulteriori indagini i cui risultati, sorprendenti, ricondussero sostanzialmente agli studi iniziali di Lamb: nel grafico finale ricompaiono infatti sia l’Optimum Medioevale” che la “Piccola Era Glaciale”. Risultato: gli impatti del riscaldamento globale del XX secolo (imputati a cause antropogeniche per il 90-95%) risultano assolutamente meno incisivi di quanto apparisse nel drammatico Hockey Stick, la qual cosa fece sobbalzare i sostenitori dell’effetto serra di origine antropica.
L’attenzione dei media dunque fu spostata tempestivamente su altre argomentazioni, facendo passare inosservato agli occhi del mondo intero il sostanziale errore.
Il Working Group 1 dell’IPCC infatti, al momento di rendere noti i principi fisici di base del Quarto Rapporto durante la presentazione del primo volume di lavoro avvenuta nel febbraio scorso a Parigi, anziché informare i decisori politici (ai quali era destinato) e l’opinione pubblica dell’incongruenza e correggere il tiro, ha buttato altra benzina sul fuoco, esacerbando la drammaticità della situazione, con una serie di studi incentrati stavolta sulla concentrazione della CO2, sempre di origine antropogenica, e sulle presunte correlazioni con l’aumento delle temperature in ben 80 costosi scenari di stabilizzazione climatica derivati direttamente dal TAR, facendo cosi cadere anche l’ultimo velo della malcelata buona fede.
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