La COP30 di Belém si è chiusa con il cosiddetto “Belém package”: una serie di impegni che ribadiscono gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, rafforzano la finanza climatica e lanciano nuove roadmap sulla transizione energetica e sulla tutela delle foreste.
Un passo avanti? Sì, ma non per tutti.
Molti osservatori – ambientalisti e rappresentanti dei Paesi in via di sviluppo – hanno giudicato il risultato troppo debole, soprattutto perché mancano obiettivi vincolanti su carbone, petrolio e gas.
Perché non c’è accordo?
Dietro le critiche non c’è una sola linea di pensiero. Ci sono interessi e timori diversi:
- Transizione troppo veloce = economia a rischio. Alcuni governi temono che tagli drastici alle emissioni penalizzino industrie locali e, soprattutto, Paesi ancora poveri.
- Transizione troppo lenta = costi sociali enormi. Altri ricordano che passare alle energie pulite non è indolore: posti di lavoro persi, bollette che salgono, comunità intere costruite intorno alle miniere o alle attività fossili che rischiano di essere travolte.
Monbiot e la “crisi epistemica”: che significa davvero?
George Monbiot, noto giornalista e ambientalista britannico, sostiene che oggi viviamo una “crisi epistemica”: cioè un crollo degli spazi in cui la società costruisce conoscenza condivisa. In parole semplici: facciamo fatica a capire cosa sia vero, cosa sia importante e chi sia affidabile.
È un’idea forte, ma va chiarita.
Monbiot denuncia che alcune lobby economiche diffondono messaggi per minimizzare il problema climatico. Vero.
Ma non c’è solo questo lato della medaglia.
Anche media, istituzioni e narratori ambientalisti spesso semplificano troppo o lanciano allarmi che non si avverano nei tempi annunciati. Risultato?
Una parte del pubblico smette di fidarsi.
E quando le previsioni catastrofiche non rispettano le scadenze – dalla fine imminente dell’Artico al collasso dell’Amazzonia – il dubbio cresce: “ci stanno dicendo tutto?”.
Dall’altra parte, chi sostiene il “verde a qualunque costo” tende a minimizzare i costi reali della transizione: miniere che chiudono, comunità sfollate, prezzi dell’energia che aumentano. Anche questo è informazione parziale.
Non una guerra di bugie: una guerra di interessi
Ridurre tutto a una “tempesta di fake news” non aiuta.
Il quadro è più complesso, perché gli interessi sono reali e spesso legittimi:
1. Transizione vs. lavoro
Decarbonizzare in fretta può lasciare indietro intere regioni che vivono di carbone, petrolio o gas.
2. Obiettivi globali vs. giustizia climatica
I Paesi poveri ricordano che i Paesi ricchi sono cresciuti bruciando combustibili fossili. Ora chiedere loro di “saltare” quella fase è difficile da accettare.
Ma allo stesso tempo, alcuni governi usano la “giustizia climatica” come scusa per non cambiare nulla.
3. Soluzioni miracolose vs. realtà
Anche il mondo delle rinnovabili ha i suoi interessi, le sue lobby e i suoi problemi: batterie, litio, terre rare.
La transizione non è neutrale né semplice.
Che fare? Verso un’informazione più onesta
Invece di aumentare la “censura” e decidere dall’alto cosa è vero e cosa è falso, servono quattro strade più sane:
- Trasparenza sugli interessi di tutti: fossili, rinnovabili, ONG, istituzioni, media.
- Dibattiti veri sui pro e contro della transizione, non solo sui rischi del clima.
- Riconoscere l’incertezza: la scienza non è un oracolo infallibile.
- Spazi di discussione plurale, dove si possa fare domande senza essere etichettati.
La crisi più grande? Quella del dialogo
La vera emergenza non è solo climatica, ma sociale e culturale: le nostre società sembrano sempre meno capaci di gestire problemi complessi con un dialogo onesto.
È difficile trovare soluzioni condivise quando il dibattito si riduce a tifoserie contrapposte.
Serve più confronto e meno narrazione unica – da qualsiasi parte provenga.

