Ogni anno ricomincia la stessa storia. Non è ancora terminata l’estate e già compaiono articoli su come sarà l’autunno. Qualche settimana dopo arrivano quelli sull’inverno: caldo eccezionale, gelo storico, neve, piogge infinite, mesi interi sopra media.
Quest’anno poi c’è anche il forte episodio di El Niño, il riscaldamento anomalo delle acque del Pacifico tropicale capace di influenzare la circolazione atmosferica in diverse parti del mondo.
Ed ecco servito il titolo: “Caldo fino a febbraio”.
Peccato che la scienza non dica affatto questo.
El Niño non decide il tempo che farà in Italia
El Niño è un fenomeno reale, importante e studiato da decenni. Quando diventa particolarmente intenso può modificare alcuni grandi equilibri atmosferici del pianeta, ma tra un’anomalia del Pacifico e il tempo che farà sulla Murgia dei Trulli e delle Grotte ci sono migliaia di chilometri, l’Oceano Atlantico, il Mediterraneo e, soprattutto, un’atmosfera estremamente complessa. Esistono quelle che gli scienziati chiamano teleconnessioni: relazioni statistiche attraverso le quali un fenomeno molto lontano può aumentare la probabilità che si sviluppino determinate configurazioni atmosferiche. Aumentare una probabilità, però, non significa stabilire ciò che accadrà effettivamente.
El Niño non decide il tempo che farà: al massimo “carica i dadi”. In altre parole, può aumentare la probabilità che si verifichino alcune configurazioni atmosferiche rispetto ad altre, ma non stabilisce quale sarà l’esito finale. I dadi vengono lanciati comunque, e sull’Europa il risultato dipende dall’interazione con molti altri fattori atmosferici e oceanici. Per questo, anche un El Niño molto forte non equivale a una previsione dell’inverno: modifica alcune probabilità, non scrive in anticipo la stagione.
Dire quindi che El Niño durerà probabilmente fino a febbraio non significa affatto che farà caldo fino a febbraio. Tra le due affermazioni c’è un salto logico enorme.

El Niño non arriva, non è una tempesta, non è una causa del cambiamento climatico né una conseguenza; è un fenomeno naturale che si sviluppa nel Pacifico equatoriale. In condizioni normali, gli alisei spingono le acque superficiali più calde verso ovest, favorendo la risalita di acque più fredde lungo le coste del Sud America. Durante El Niño questi venti si indeboliscono: le acque calde si spostano verso il Pacifico centrale e orientale, la risalita di acqua fredda diminuisce e cambia anche la distribuzione di nubi, piogge e temporali tropicali.
Gli effetti più diretti e affidabili si osservano proprio nelle regioni affacciate sul Pacifico tropicale: costa occidentale del Sud America, America centrale, Indonesia, Australia e altre aree del Pacifico, dove El Niño può modificare in modo marcato precipitazioni, temperature e frequenza di siccità o piogge intense.
In Europa, invece, l’influenza di El Niño è molto meno diretta rispetto ad altre zone del pianeta. Gli studi mostrano risposte differenti a seconda del periodo dell’inverno e, soprattutto, una forte variabilità da un evento all’altro. Tradotto in parole semplici: due forti episodi di El Niño possono accompagnarsi a due inverni europei completamente diversi.
Le previsioni stagionali non prevedono il tempo di una stagione
L’altro grande equivoco riguarda le cosiddette previsioni stagionali.
I grandi centri meteorologici internazionali elaborano modelli che cercano di capire se, nei mesi successivi, una determinata area abbia maggiori probabilità di risultare mediamente più calda, più fredda, più piovosa o più secca rispetto alla climatologia.
Sono strumenti scientifici utili, ma non sono previsioni meteorologiche a tre, quattro o cinque mesi.
Una mappa che mostra una maggiore probabilità di temperature sopra la media durante l’inverno non significa che dicembre, gennaio e febbraio saranno continuamente miti. Potrebbe arrivare una forte irruzione fredda, potrebbe nevicare, potrebbe esserci un mese molto freddo seguito da uno eccezionalmente mite. E alla fine la media stagionale potrebbe comunque risultare positiva.
Ed è proprio qui che comincia il problema dell’informazione.
Da una mappa scientifica alla spazzatura da social bastano poche righe
Il meccanismo ormai è sempre lo stesso. Si prende una mappa prodotta da un centro scientifico serio, si eliminano probabilità, incertezze e limiti e si aggiunge un titolo come: “Inverno eccezionale: ecco cosa succederà fino a febbraio”.
Poi la notizia viene rilanciata sui social, spesso ulteriormente deformata. Nel giro di poche ore, una semplice indicazione statistica diventa una certezza: “Non farà freddo”, “Avremo caldo fino a febbraio” oppure, sul fronte opposto, “Arriverà l’inverno più gelido degli ultimi decenni”. Questa non è divulgazione meteorologica. È spazzatura informativa costruita attorno alla meteorologia.
E funziona perché risponde esattamente a ciò che molti lettori vorrebbero sapere: come sarà Natale? Nevicherà quest’inverno? Quando finirà il caldo? Sarà un autunno piovoso? Domande assolutamente legittime. Il problema nasce quando, pur non essendoci ancora una risposta scientificamente possibile, qualcuno decide di fornirla comunque.
E il motivo è piuttosto semplice: un titolo prudente genera molti meno clic di un “evento storico in arrivo”.
A quel punto la responsabilità è interamente di chi sceglie la notizia-spettacolo, l’effetto “Wow!”, il titolo costruito per stupire e trattenere il lettore, sacrificando proprio ciò che dovrebbe essere alla base dell’informazione meteorologica: rigore, prudenza, conoscenza dei limiti previsionali e rispetto per anni di studi e ricerca scientifica.
Nessuno oggi sa come sarà l’inverno sulla nostra zona

Esistono segnali climatici che possono essere studiati. Sappiamo che è in corso un El Niño molto forte. Sappiamo che alcuni modelli stagionali mostrano una maggiore probabilità di temperature superiori alla media su parte dell’Europa nei prossimi mesi.
Questo è corretto dirlo, ma alla domanda “Come sarà l’inverno”, oggi la risposta seria è una sola: impossibile saperlo.
Non sappiamo quante irruzioni fredde arriveranno. Non sappiamo se gennaio sarà piovoso. Non sappiamo se febbraio presenterà una fase nevosa. Non sappiamo quali configurazioni atmosferiche domineranno il Mediterraneo tra quattro o cinque mesi. E soprattutto nessun indice oceanico, nessuna singola mappa e nessuna combinazione di sigle può dircelo ora.
La meteorologia seria dovrebbe avere anche il coraggio di dire “non lo sappiamo”
Questo è probabilmente il punto più importante e la nota più dolente. La credibilità della meteorologia non dipende dalla capacità di avere sempre una risposta. Dipende anche dalla capacità di spiegare quando una risposta non può ancora esistere.
Le previsioni stagionali possono essere utili per studiare scenari climatici e probabilità. El Niño può modificare alcune probabilità atmosferiche. Le teleconnessioni esistono e rappresentano un settore importante della ricerca, ma utilizzare questi strumenti per raccontare oggi che tempo farà durante il prossimo inverno in Italia significa attribuire alla scienza una capacità che la scienza, semplicemente, non possiede.
Quando questa incertezza viene nascosta dietro titoli sensazionalistici, mappe colorate e frasi categoriche, non siamo più davanti a informazione meteorologica. Siamo davanti a contenuti costruiti soprattutto per essere cliccati, condivisi e monetizzati.
E tra la previsione meteorologica e la caccia al clic esiste una differenza enorme.
Meteo Castellana continuerà a stare dalla parte della prima.

