Leggere i commenti sui social diventa ogni giorno più faticoso e, alla lunga, persino lesivo per la salute. Vien da chiedersi se non sia meglio chiudere tutto e smettere di guardare oppure continuare a mettere le mani nel fango, per acquisire piena consapevolezza di quanto sia profonda la melma.
Sì, perché il livello di esasperazione, ignoranza e permeabilità alle teorie più insulse e complottistiche ha ormai raggiunto dimensioni difficili da sopportare. Mi riferisco soprattutto alla meteorologia, il campo che conosco meglio e del quale mi occupo ogni giorno. Ormai non esiste fenomeno atmosferico che non venga attribuito alla geoingegneria, alla manipolazione climatica o a qualche misterioso esperimento condotto sopra le nostre teste. Ieri sera persino le splendide forme arrotondate delle nubi mammatus sono state definite, in qualche angolo della piazza social, delle «schifezze». Per alcuni rappresentavano l’ennesima prova di chissà quale artificio prodotto in cielo. Eppure, le mammatus sono conosciute, osservate e descritte da molto tempo. Non sono comparse ieri, non costituiscono un’invenzione recente e non dimostrano alcuna manipolazione dell’atmosfera.

Sono semplicemente una delle tante, straordinarie manifestazioni della natura. Appaiono come protuberanze tondeggianti rivolte verso il basso, simili a sacche o mammelle, e la loro formazione può essere spiegata in modo abbastanza semplice. Dalla parte inferiore di una nube, generalmente di tipo temporalesco come un cumulonembo, scendono piccole gocce d’acqua e cristalli di ghiaccio che incontrano aria più secca. Evaporando, raffreddano l’aria circostante, che diventa più densa e pesante e tende a scendere. Si formano così le caratteristiche sacche rivolte verso il basso. Negli spazi tra una sacca e l’altra, invece, l’aria tende a risalire: proprio questa alternanza tra correnti discendenti e ascendenti crea il tipico aspetto ondulato delle mammatus, nubi – in ultima istanza – segno semplicemente di forte instabilità atmosferica nei dintorni.
E invece di domandarsi che cosa potessero essere quelle affascinanti “creature” del cielo, ecco partire la solita raffica di commenti: «Non ho mai visto nulla di simile», «Una volta queste cose non esistevano», «Siamo vicini all’Apocalisse», «Chissà cosa non ci dicono», e via dicendo.
Forse costoro non hanno mai visto nulla di simile perché non hanno mai alzato davvero gli occhi al cielo. Non hanno mai provato ad approfondire quanto sia complessa e affascinante l’atmosfera. Non si sono mai chiesti che cosa stesse accadendo sopra di loro, né perché una nube assumesse una determinata forma. E soprattutto non li ha mai sfiorati il desiderio di conoscere ciò che accade intorno a sé.
Il problema è che, prima come adesso, in pochi osservavano realmente il cielo. La differenza è che oggi lo si guarda attraverso lo smartphone e si finisce per scambiare tutto ciò che non si era mai notato prima per qualcosa che prima non esisteva.
Sempre ieri sera, naturalmente, sui social sono comparse anche le immancabili «trombe d’aria». Il riferimento era al deciso rinforzo del vento, che localmente ha effettivamente raggiunto notevole intensità, con raffiche capaci di sfiorare i 100 km/h. In realtà, si è trattato di una vasta onda di raffiche lineari generata da un sistema temporalesco molto esteso e intenso, in transito sul basso Adriatico. Un potente macroburst che ha investito soprattutto le aree costiere, producendo un improvviso e violento rinforzo del vento e dando a molti l’impressione che fosse in corso una tromba d’aria.
Ma la “tromba” dov’era? Nessuno l’ha vista perché il vento non ruotava attorno a un vortice ma si propagava orizzontalmente. Eppure, sui social era già presente, viva e perfettamente formata: un monumento all’approssimazione. Perché destare scalpore, affermare «io c’ero» e dire comunque la propria — anche quando si dicono autentiche “minchiate”, scusate il francesismo — sembra essere diventato lo sport più praticato di tutti.
I social avrebbero potuto rappresentare uno straordinario spazio di conoscenza e confronto. Sempre più spesso, invece, assomigliano a un enorme sfogatoio nel quale persone frustrate riversano negatività e falsità su argomenti dei quali non conoscono neppure le basi. La meteorologia è diventata così terreno di conquista per chi, fino a ieri, probabilmente ignorava persino l’esistenza di molte parole che oggi ripete ossessivamente. Termini scientifici ascoltati in un video o letti in un post vengono estratti dal loro contesto, deformati e utilizzati per costruire narrazioni prive di qualsiasi fondamento.
Eppure basterebbe pochissimo. Lo stesso dito utilizzato per scrivere un commento privo di qualsiasi parvenza di alfabetizzazione potrebbe servire a cercare un’informazione, consultare una fonte attendibile o persino chiedere all’intelligenza artificiale che cosa siano le mammatus, come si formi una raffica di vento o quale differenza esista tra un rinforzo di vento e una tromba d’aria.
Ma approfondire richiede curiosità, pazienza e disponibilità a mettere in discussione le proprie convinzioni. Richiede soprattutto la capacità di resistere alla necessità di esistere a tutti i costi sui social, intervenendo su qualsiasi argomento. Il complottismo, invece, offre risposte immediate, semplici e rassicuranti: non bisogna studiare, verificare o comprendere. Basta indicare un nemico invisibile e sentirsi improvvisamente più informati degli esperti.
Continuiamo allora a partecipare alla grande piazza dei social, tutti con il ditino alzato per dire la nostra. Ma prima di trasformare ogni nube in una minaccia e ogni fenomeno naturale in un complotto, proviamo almeno a utilizzare quello stesso dito per formulare una domanda sensata e cercare informazioni attendibili.
Il cielo non è diventato improvvisamente artificiale. Forse siamo noi ad avere smesso di osservarlo con curiosità, lasciando che ignoranza, rabbia e disinformazione prendessero il posto della meraviglia.

