L’estate meteorologica 2026 si è chiusa lasciandoci un dato che, a prima vista, potrebbe sembrare contraddittorio: abbiamo vissuto una stagione tra le più calde della nostra serie storica, con un agosto eccezionale per temperatura media, senza tuttavia avvicinare i grandi record assoluti di temperatura massima registrati sul territorio. A Castellana Grotte il termometro ha raggiunto 39,1°C il 21 luglio e 38,1°C per due giorni consecutivi a fine agosto: valori molto elevati, ma ancora lontani da quei 44,2°C del 25 giugno 1982, massimo assoluto della serie. Agosto racconta però una storia completamente diversa: con una temperatura media di 27,75°C è risultato il più caldo dell’intera serie disponibile. E l’intera estate, con una media di 26,10°C, si colloca al 5° posto tra le più calde dal 1960, con un’anomalia di +1,65°C rispetto alla media 1991-2020 e ben +1,10°C rispetto all’estate 2025. È proprio questa differenza tra picchi estremi e valori medi a raccontare la caratteristica fondamentale della stagione: più che l’intensità eccezionale di un singolo episodio, è stata soprattutto la persistenza del caldo a lasciare il segno.
Le nostre estati si sono scaldate nettamente
Prima di parlare degli anticicloni è utile collocare il 2026 in una prospettiva più lunga. La temperatura media dell’estate, considerando giugno, luglio e agosto, era di 22,44°C nel trentennio 1961-1990 ed è salita a 24,45°C nel 1991-2020: uno spostamento delle medie climatiche di +2,01°C. Ma questo valore non va confuso con la pendenza del trend. Analogamente, confrontando soltanto gli estremi della serie, si passa dai 22,55°C dell’estate 1960 ai 26,10°C del 2026, con una differenza osservata di +3,55°C: anche questa, però, è soltanto la distanza fra due singole stagioni e non misura la velocità con cui il clima si è riscaldato nel frattempo.
Per misurare la tendenza lungo l’intera serie è più corretto utilizzare una stima robusta come la pendenza di Sen. Aggiornando il calcolo fino all’estate 2026, il trend di lungo periodo risulta pari a circa +0,61°C per decennio. In altri termini, la serie estiva di Castellana Grotte mostra un aumento di circa sei decimi di grado ogni dieci anni. Anche osservando separatamente i due trentenni climatici emerge un elemento interessante: la pendenza interna al 1961-1990 è di circa +0,36°C per decennio, mentre nel 1991-2020 sale a circa +0,55°C per decennio.
Il riscaldamento continua, ma il ritmo non è costante
Un secondo indicatore utile è la pendenza mobile di 30 anni: invece di considerare tutta la serie dal 1960, si calcola il trend su trentenni consecutivi, spostando progressivamente la finestra temporale. In questo modo possiamo osservare non soltanto se le estati si stanno riscaldando, ma anche come varia nel tempo la velocità stimata di questo riscaldamento. Con l’inserimento del 2026, la finestra più recente, 1997-2026, presenta una pendenza di circa +0,31°C per decennio, inferiore al massimo di circa +1,09°C per decennio raggiunto nel trentennio 1975-2004. Il dato non significa che sia iniziato un raffreddamento né che il riscaldamento si sia arrestato: indica semplicemente che la pendenza stimata nell’ultimo trentennio è meno accentuata rispetto alla fase in cui la serie cresceva più rapidamente. Potrebbe rappresentare un’inversione di tendenza? Troppo presto per dirlo! Intanto, questa è comunque una discreta notizia.
Un’estate molto calda senza bisogno di battere i record
Un record di temperatura massima ci dice quanto in alto possa arrivare il termometro in una determinata giornata; la temperatura media di un mese o di una stagione racconta invece quanto a lungo il caldo riesca a mantenersi. È una differenza sostanziale. Si possono raggiungere 44°C per un giorno e avere poi due settimane fresche, oppure non superare mai i 39°C ma trascorrere settimane quasi costantemente sopra la norma: nel secondo caso la stagione può risultare complessivamente più calda pur senza alcun record assoluto.
È proprio ciò che emerge dall’estate 2026. Il termometro non ha avvicinato i massimi storici assoluti, ma soprattutto dalla seconda metà di luglio e per gran parte di agosto le vere pause dal caldo sono state pochissime e brevissime. Le strutture anticicloniche hanno mostrato una notevole capacità di ricostruirsi continuamente, ed è qui che il problema smette di essere soltanto termico e diventa soprattutto atmosferico e dinamico.
Un’estate poco piovosa, segnata però da un nubifragio eccezionale
Anche il bilancio pluviometrico aiuta a leggere meglio la stagione. Tra giugno, luglio e agosto sono caduti complessivamente 65,0 mm di pioggia, contro i 90,0 mm della media 1991-2020: mancano quindi 25 mm, pari a un deficit del 27,8%. Rispetto alla normale 1961-1990 di 94,1 mm il deficit raggiunge invece il 30,9%. Nella graduatoria delle estati dalla più piovosa alla più secca, il 2026 occupa la 34ª posizione, a pari merito con il 1966: dunque una stagione pluviometricamente sotto media, ma non tra le più aride della serie.
Il dato più significativo è però la distribuzione delle precipitazioni. Giugno aveva raccolto appena 5,6 mm e luglio 8,0 mm; poi, il 18 agosto, in poche decine di minuti, Castellana Grotte (poco tempo dopo Monopoli) è stata investita da un autentico nubifragio, capace di scaricare 51,4 mm e di raggiungere un rain rate massimo di 174 mm/h. Quel singolo episodio rappresenta da solo circa il 79% di tutta la pioggia caduta durante l’intera estate. La cella temporalesca, sviluppatasi sul basso Adriatico e rapidamente intensificatasi prima di spostarsi da Monopoli verso l’entroterra, ha provocato anche diversi allagamenti nelle aree più vulnerabili delle città. È un esempio particolarmente efficace di come una stagione complessivamente poco piovosa possa comunque contenere fenomeni precipitativi estremamente concentrati e violenti: quantità stagionale e intensità dei singoli eventi sono due aspetti molto diversi.
Perché l’alta pressione può durare così a lungo?

Per comprenderlo bisogna salire a circa 9-12 chilometri di quota, dove scorre la corrente a getto, una fascia di venti molto forti che influenza il movimento delle grandi perturbazioni atmosferiche. Questo flusso non procede sempre in maniera rettilinea, ma può sviluppare grandi ondulazioni, le onde di Rossby: enormi meandri nei quali una saccatura trasporta aria più fresca verso sud mentre, più a est, una dorsale anticiclonica favorisce la risalita di masse d’aria subtropicali verso nord. Quando queste onde diventano molto ampie e soprattutto poco mobili, la configurazione atmosferica può cambiare con grande difficoltà.
Durante gli episodi caldi persistenti sull’Europa occidentale e sud-occidentale, diversi studi hanno evidenziato proprio il ruolo di grandi ondulazioni atmosferiche quasi stazionarie e di depressioni che tendono a isolarsi sull’Atlantico orientale o a sud-ovest della Penisola Iberica. Queste aree depressionarie possono contribuire a mantenere, più a est, un promontorio anticiclonico proteso verso il Mediterraneo. Se la “strada” percorsa dalle perturbazioni resta spostata verso nord e le grandi ondulazioni continuano a ricostruirsi nelle stesse zone, il Mediterraneo può rimanere per settimane sotto la cupola anticiclonica subtropicale. Non si tratta necessariamente dello stesso anticiclone immobile sopra di noi per un mese: le singole strutture possono indebolirsi o spostarsi, salvo poi rigenerarsi all’interno di una configurazione generale che continua comunque a riproporre condizioni sostanzialmente simili.
Perché queste configurazioni sembrano diventare più frequenti?
Qui la risposta diventa molto più complessa. Sarebbe troppo semplice concludere che «il cambiamento climatico sta rendendo gli anticicloni più persistenti», perché una formulazione così netta andrebbe oltre ciò che oggi possiamo dimostrare con sufficiente certezza. Gli studi più recenti mostrano tuttavia che la circolazione atmosferica estiva europea è cambiata negli ultimi decenni e che sull’Europa meridionale alcune configurazioni anticicloniche, calde e secche, sono divenute più frequenti.
Una parte di questi cambiamenti può essere collegata alla forzante esterna prodotta dal riscaldamento globale, mentre un’altra può dipendere dalla variabilità interna naturale del sistema atmosferico e oceanico, capace di modificare anche per periodi lunghi la disposizione della corrente a getto, delle depressioni atlantiche e delle strutture anticicloniche. È proprio questa sovrapposizione di fattori a rendere molto difficile attribuire la persistenza di una singola stagione, compresa l’estate 2026, a una causa unica.
Il jet stream sta cambiando? Il quadro resta complesso
Un altro filone di ricerca riguarda le cosiddette storm tracks, le grandi “vie” percorse dalle perturbazioni delle medie latitudini. Alcuni studi hanno trovato evidenze di un indebolimento dell’attività perturbata, soprattutto estiva, nell’emisfero boreale, collegandolo anche alla riduzione di alcuni gradienti termici tra latitudini diverse. Se diminuisce parte del contrasto termico che alimenta le perturbazioni, può ridursi anche l’energia disponibile per il loro sviluppo e per la loro capacità di attraversamento del continente europeo, creando condizioni più favorevoli alla permanenza di regimi caldi e asciutti.
Anche in questo caso, però, non esiste un automatismo che permetta di attribuire direttamente la persistenza dell’anticiclone sull’Italia nell’estate 2026 al cambiamento climatico. Esistono modifiche della grande circolazione atmosferica compatibili con un clima più caldo e potenzialmente capaci di influenzare anche la durata dei regimi meteorologici; stabilire quanto ciascun processo incida sul Mediterraneo centrale resta però una questione ancora aperta.
Anche il terreno secco può amplificare il caldo
Una volta instaurata una lunga fase anticiclonica entra in gioco anche il progressivo disseccamento del terreno. Quando nel suolo è disponibile acqua, una parte dell’energia solare viene utilizzata nell’evaporazione; quando invece il terreno diventa secco, l’evaporazione diminuisce e una quota maggiore dell’energia disponibile contribuisce direttamente al riscaldamento del suolo e dell’aria sovrastante. Il deficit pluviometrico di quasi il 28% registrato nell’estate 2026 è quindi un elemento coerente con questo tipo di feedback, anche se il violento episodio del 18 agosto dimostra quanto la distribuzione temporale della pioggia possa essere comunque molto irregolare.
Il suolo secco non crea naturalmente un anticiclone, ma può amplificarne gli effetti termici. E un singolo nubifragio, per quanto abbondante, non equivale a una lunga fase di precipitazioni regolari e diffuse: la quantità stagionale può rimanere deficitaria anche quando una parte enorme del totale cade in pochissimo tempo.
Il vero tratto dell’estate 2026: la difficoltà nel cambiare regime
L’estate appena trascorsa non resterà nella memoria per aver demolito i record assoluti di temperatura. È stata significativa soprattutto perché il caldo è tornato ripetutamente e le parentesi relativamente più fresche hanno sempre avuto vita breve. Il risultato finale è eloquente: 26,10°C di media stagionale, quinta estate più calda della serie; agosto più caldo mai registrato con 27,75°C; precipitazioni inferiori del 27,8% alla norma nonostante un nubifragio capace, da solo, di produrre quasi quattro quinti della pioggia dell’intera stagione.
Ed è forse questa la sintesi migliore dell’estate 2026. Un record assoluto racconta quanto in alto può arrivare un singolo picco; una media stagionale racconta invece quanto a lungo siamo rimasti sui “carboni ardenti” delle bolle calde subtropicali. Allo stesso modo, il totale della pioggia ci dice quanta acqua è caduta in tre mesi, ma non racconta come sia caduta: nell’estate appena conclusa, caldo persistente, deficit pluviometrico e un singolo evento precipitativo di eccezionale intensità sono riusciti a convivere nella stessa stagione. Ed è tutto dire.

